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in Mélanges de l'école française de Rome. Italie et Méditerranée Publié en 2013
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La rappresentazione del paesaggio in Italia ha un percorso e caratteri specifici, che rispecchiano tre elementi; il carattere particolare della variegata geografia della penisola; il debole sentimento civico e lealtà nazionale, che congiunge una straordinaria capacità inclusiva con il perenne rischio di implosione; l’elaborazione risorgimentale dell’idea di nazione attraverso un approccio fortemente letterario, astratto e idealista (poco visuale, poco legato alle pratiche). La letteratura d’Italia racconta del giardino d’Europa rovinato dagli invasori, portati da cieche vicende storiche. Una delle conseguenze di questa attenzione – nel lungo periodo – è la cura dedicata dalla legislazione italiana alla protezione dei beni culturali. Politica e diritto si sono variamente occupate delle questioni relative ai beni culturali e al paesaggio in tutto la storia unitaria del paese. Nel corso del ‘900, in particolare, e attraverso vari e successivi regimi, un forte dibattito culturale conduce in lenta evoluzione e successive modifiche al riconoscimento del paesaggio e del patrimonio ‘della Nazione’ e, attraverso un accidentato percorso, all’inserimento del paesaggio nella Costituzione repubblicana . Ma il rapporto tra una nazione e il suo territorio non si limita a quanto riconosciuto dalle disposizioni giuridiche. Nella costituzione materiale del paese, dove a differenza di quella scritta pesano i comportamenti dinamici dei gruppi e classi sociali, il paesaggio non è tanto ‘riconosciuto’ nel contesto dello sviluppo culturale, ma iscritto in pratiche d’uso finalizzate alla valorizzazione diretta, a volte orientate alla produzione a volte retta da finalità più complesse. Una delle caratteristiche della costituzione materiale del territorio (e di riflesso del paesaggio) è, come in altri settori, il prevalere delle ragioni locali e informali, di quanto si raccoglie di solito sotto l’etico di irrazionale e perverso. Elusioni, collusioni, controdipendenze e minimalismo incrementale costituiscono spesso la sostanza dell’atteggiamento culturale nei confronti del territorio; salvo garantire un’autonomia estetizzante ai paesaggio turistici. Da un lato cioè il territorio viene incorporato nelle strategie patrimoniali a breve-medio periodo delle famiglie; dall’altro, se ne congelano alcune parti – città e borghi storici ecc. – per una fruizione più commerciale che estetizzante. Questa dura contrapposizione è spesso ripresa dalla critica della cultura alta, che riprende i temi risorgimentali del paesaggio fonte dell’identità culturale d’Italia. Il dubbio però è che questa contrapposizione non vada al fondo della questione, e ripeta solo il mito costitutivo delle elite peraltro ormai al margine dei circuiti di potere. Il mezzo per produrre lealtà e solidarietà civica consiste nel riconoscere “comuni radici storiche, matrici etnoculturali, e […] buone ragioni attuali per mantenerle” . In questo intervento ci si interroga dunque sulla convivenza tra una retorica consistentemente presente nella cultura alta del paese che insiste, a volte allo spasimo, sulla qualità del territorio italiano; e una pratica non lungimirante di uso del suolo che porta tanto frequentemente alla dilapidazione del paesaggio da far dubitare perfino dei fini utilitaristici. Anzi, lo spreco privo di cautele ha assunto sovente un carattere ostentato e provocatorio, che ha sollevato più volte dubbi sulla insensibilità, il cattivo gusto, o la cruda maligna intenzione distruttiva, delle classi popolari e dei nuovi ceti proprietari. Priva di sintesi centrale, molto elastico, il costrutto risorgimentale che celebra valore e virtù del paesaggio italiano riesce ad accomodare paesaggi, legittimità e aspirazioni diverse ma rimane rovesciato sulla testa. Proietta l’ideale di un’Italia che non è mai esistita, non dialoga con quella che si intravede sotto la crosta superficiale. Da un lato, si ripete il mito del primato culturale degli italiani; dall’altra, si censura una realtà quotidiana disordinata e irrazionale. Insomma, sia la realtà che la costruzione simbolica dei paesaggi sono fragili e a rischio, così come fragile e a rischio sono la realtà e il costrutto simbolico della nazione. La domanda è se quanto abbiamo ereditato dal passato possa ancora costituire uno dei materiali fondativi dell’essere nazione.

in Contesti. Città, territori, progetti Publié en 2017
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Town planners and social scientists have an intellectual duty to study the emergency sites crossed by a transversal human- itarian crisis. Extreme situations are a unique opportunity to observe the phenomena under construction. In the following pages there is an attempt to answer, which arises from a particular occasion that has allowed to address on the ground issues that have long been under discussion among researchers. The double challenge of the crisis and the tools to face it was in fact addressed on the island of Lampedusa during a workshop organized by the Cycle d’Urbanisme of the École Urbaine Sciences- Po of Paris in May 2016. The observation of the territory allowed to face on the spot broadly global issues, such as the impact of migratory flows in relation to supporting the economy, and the development of the territory in relation to the preservation of the landscape. The report that came out was discussed at an international conference, also in Lampedusa, which saw the mayors of some shelter cities reunited.

in Ardeth, Architectural Design Theory, A magazine on the power of the project Publié en 2019-04
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This article conceives an urban project as a mechanism that traces rights on the ground. First, and most relevantly, a project separates public and private land and defines what can be built. At another level, design decisions involve a broad range of permissions and obligations. Thus, urban projects act as a form of regulation, like planning, albeit a specific form with its own rules and limits. The paper explores a two-step process. First, in the policy phase, some regulatory decision-making is delegated to design. Then, design challenges the value assumptions underlying decision-makers’ actions. ‘Regulation by design’ arranges material objects in space and activates those spatial mechanisms.

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First lines: The collection of studies published by Routledge (PMJ17) and the special section of the RSA journal Territory, Politics, Governance (PMJ16), both edited by Pinson and Morel Journel, jointly aim to analyse how the scientific literature on cities has dealt with neoliberalism and the neoliberalisation process. On one side, neoliberal urbanism is an epochal turning point, a new model for cities’ development. The global urbanism of new cities in emergent countries – like Masdar, Songdo, Gurgaon (Sidewalk Toronto as a proxy) – is seemingly its herald. The spreading mantra of entrepreneurialism, competitiveness and smartness seems tangibly embodied by these new models.

in COGITO, la lettre de la recherche à Sciences Po Publié en 2017-10
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Marco Cremaschi, enseignant-chercheur attaché au Centre d’études européennes, consacre ses recherches à l’urbanisme et aux politiques urbaines. Il se concentre en particulier sur le changement urbain et l’urbanité. En s'appuyant sur les exemples de Rome, Buenos Aires et Calcutta, il met ici en exergue les tensions entre les deux directions principales du développement urbain actuel : l'éclatement et l'intégration. Un angle d'analyse qui vient renouveler les études urbaines qui, selon lui, sont trop envahies par les mythes de la mixité et de la diversité.

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Fondazione La Porta, Molte fedi, Comune e Acli organizzano una serie di incontri. All’ex Ateneo una mostra e un video degli studenti dell’Istituto Pesenti

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Je ne parle pas italien désoléééé

in Modernità nelle Americhe Sous la direction de PRAVADELLI Veronica Publié en 2016-02
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L’origine di questo saggio sorge dalla domanda se le città siano mai state moderne; e in particolare, che tipo di modernità le riguardi. In modo simile al noto saggio di Latour, la risposta viene cercata in due dimensioni: nel rapporto tra spazio e natura, e in quello tra cittadinanza e società. Lo sfondo di questo interrogativo riguarda la critica al programma di ‘purificazione’ che il modernismo – sia in urbanistica che in architettura – ha interpretato con convinzione, quasi con ferocia, nei riguardi appunto della natura e della società. Questa domanda è trattata esaminando Buenos Aires, città moderna spesso presa ad esempio di come il modello moderno della città europea sia stato capace di riprodursi in altre condizioni. L’angolatura che si utilizza, a fronte della vastità del tema, è invece volutamente ristretta al ruolo che la ‘forma’ della città esercita sulle condizioni sociali2; ancora in modo più ristretto, alla forma della pianta urbana disegnata dalle strade che fonda la distinzione tra spazio pubblico e privato, un’ulteriore ma non arbitraria semplificazione. Inutile ricordare quanto la forma della città sia di interesse per chi si occupa di storia urbana. La preoccupazione qui è più limitata e riguarda quali effetti politici risultino dalle diverse forme assunte dall’organizzazione dello spazio3. Anche questo, non sorprende, è un costante interrogativo dell’urbanistica e delle scienze sociali, al quale sono state date nel tempo risposte molto diverse. [Primi paragrafi]

in Archivio di Studi Urbani e Regionali Publié en 2013
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Diceva Calvino che Thomas Mann osservava il mondo borghese dal balcone; e che noi lo descriviamo cascando dalla tromba delle scale (Belpoliti, 2006). Lo sfondo di questa riflessione è l’esplosione della descrizione nella ricerca urbana e l’insostenibile leggerezza dell’azione pubblica. Questa consapevolezza stenta ad affermarsi nel settore di studi della pianificazione. Ricorrere alle Lezioni di Calvino non è magari originale: celebratissime, anche da media e opinion maker, hanno sollecitato pedagoghi, scienziati organizzativi, perfino matematici. Venticinque anni dopo l’incompiuta svolta narrativa, si può forse discutere se ci sia stato uno sbandamento fenomenologico e postmoderno, un’estasi di dettagli, indizi e soggettività, tale da perdere del tutto il filo che collega microstorie e grandi eventi; e se sia invece possibile ripensare le diverse e molteplici forme del cambiamento (che non è interpretabile in modo unitario e deduttivo), e il dato incontrastabile della combinazione di fattori locali e globali, causali ed eventuali, che definiscono il codice unico di ciascuna situazione. Rispondere a queste due domande significa probabilmente ridefinire la collocazione teorica e metodologica degli studi urbani; e la combinazione di orientamenti di valore e azione pubblica che contraddistingue la pratica dell’urbanistica.

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